Scoperta la MIA (Melanoma Inhibitory Activity) nella vitiligine?

 In Articoli

La sperimentazione svolge una funzione importante ma unicamente negativa; non potrà mai dare certezze positive, cioè non potrà rivelare se una tesi è vera, può dire solo se è falsa. Karl Popper.

A maggio 2013 è stato pubblicato un lavoro scientifico sulla patogenesi (leggi causa) della vitiligine davvero interessante (1).
La scuola di Padova ha trovato una proteina, tipicamente presente solo nei melanomi in fase metastatica (anche se è presente in realtà anche in altre malattie ndr), nella cute sana e malata dei pazienti affetti da vitiligine.
Questo è un risultato eccezionale soprattutto perché è stato trovato in 9 pazienti su 10!!
Questa piccola proteina, chiamata Melanoma Inhibitory Activity (il nome deriva dal fatto che inizialmente si credeva inibisse la crescita del melanoma, mentre invece sembra che abbia una azione del tutto contraria e cioè promuovente sulle nascita delle metastasi e quindi della progressione maligna di questo tremendo tumore), ha la capacita di “staccare” il melanocita dalla sua base di appoggio causandone la sua perdita attraverso la salita verso l’esterno della cute (2).

La presenza del tutto inaspettata di questa proteina nella vitiligine ha “rianimato” una vecchia teoria patogenetica della vitiligine, la cosiddetta teoria melanocitorragica (2).
La melanocitorragia, sarebbe secondo gli autori, la perdita dei melanociti attraverso il loro distacco dagli strati profondi dell’epidermide e la progressione verso l’esterno della pelle che risulterebbe dunque in una loro perdita e quindi la formazione delle macchie bianche (perchè prive di melanociti e dunque melanina).
Appena letta la notizia, abbiamo fatto un salto di gioia, finalmente una novità utile e incredibile.
Iniziando a leggere l’articolo scientifico tuttavia ci siamo immediatamente resi conto che l’articolo manca di controlli su persone sane cosa fondamentale e che è molto probabilmente la motivazione per la quale l’articolo è stato declassato al rango di “lettera all’editore” anzichè il normale e ben più importante “articolo originale”.

Nella fretta di essere i primi a pubblicare una così importante novità, tuttavia, si possono compiere anche queste grosse mancanze e dunque abbiamo proseguito nella disamina dell’articolo.
Volendo far rieseguire la metodica in laboratori (nella scienza una scoperta non è tale se nessuno ottiene gli stessi risultati) per confermarla, abbiamo analizzato i cosiddetti “Materiali e Metodi” con cui questa scoperta è stata fatta.
Per valutare le presenza di una proteina nella pelle di soggetti occorre in primo luogo effettuare una biopsia (piccolo intervento chirurgico attraverso il quale si preleva un campione di pelle) e si sottopone il campione a varie metodiche “colorazione” per rendere evidenti, se presenti, le sostanze che stiamo cercando.
A questo scopo sulle biopsie sono state eseguite dele prove di “immunistochimica” (3), queste vengono effettuate attraverso dei kit di anticorpi che legano e colorano la sostanza che cerchiamo se presente, altrimenti la colorazione non avviene.
Chiaramente è fondamentale che gli anticorpi che mettiamo per colorare, si leghino esclusivamente alla sostanza che stiamo cercando, la cosiddetta specificità, in caso contrario nel vetrino vedremo del colore pensando che sia la sostanza che cerchiamo quando in realtà abbiamo colorato altro.
Nel 2012 alcuni ricercatori esperti in immunoisctochimica hanno eseguito una ricerca proprio per mettere l’attenzione sulla specificità dei kit di immunoistochimica (4), utilizzando come esempio di fallacità proprio il kit utilizzato nella ricerca della MIA nella vitiligine dall’ateneo padovano (figura 1).
In poche parole, nella ricerca di Padova, è stato utilizzato un anticorpo che ha una comprovata bassissima specificità che mostra la presenza della proteina MIA in tessuti dove in realtà spesso non è presente (5).

A questo punto ci poniamo queste 2 semplici domande:

A) Perchè è stato utilizzato un kit notoriamente fallace

B) Perchè non sono stati effettuati controlli su volontari sani (dove il kit in questione evidenzierebbe probabilmente la sua bassa specificità, mostrando la MIA anche nei soggetti sani che non la posseggono)

Dopo anni di scontro con la cosiddetta teorica “radicalica” che finalmente viene abiurata dalla stessa autrice Karin Shallreuter (6) , iniziavamo ad intravedere che la comunità scientifica si era rimessa a studiare sul sistema immunitario, davvero non vorremmo assistere ad ulteriori perdite di tempo.

Per questi motivi preghiamo gli autori di sciogliere questo dubbio che attanaglia non solo noi confermando, se possono, la scoperta con un test affidabile, anche su soggettiu sani.

Figura 1

In alto l’articolo della scuola Padovana con il kit della Santa Cruz Biotechnology, in basso l’articolo scientifico preso ad esempio per le false positività dello stesso kit